Un esame della retina potrebbe offrire nuovi indizi sul rischio di fibrillazione atriale prima ancora che la malattia venga diagnosticata. È quanto emerge da uno studio coordinato da ricercatori dell’University College London e del Moorfields Eye Hospital, pubblicato su PLOS Digital Health. Analizzando immagini retiniche provenienti da oltre 90.000 persone, gli studiosi hanno osservato differenze strutturali nell’occhio tra chi presentava questa aritmia e chi non ne era affetto.
Il dato più interessante riguarda le persone che, al momento dell’esame oculistico, non avevano ancora ricevuto una diagnosi: in coloro che successivamente hanno sviluppato fibrillazione atriale, una specifica struttura della retina risultava già mediamente più sottile circa quattro anni prima della comparsa della diagnosi ospedaliera. Un risultato che potrebbe aprire la strada a nuovi strumenti di screening non invasivi, anche se la ricerca è ancora in una fase preliminare.
Cos’è la fibrillazione atriale e perché può essere difficile scoprirla
La fibrillazione atriale è il disturbo del ritmo cardiaco più comune. Nel Regno Unito interessa oltre 1,5 milioni di persone ed è associata a un aumento del rischio di ictus, insufficienza cardiaca e morte.
Uno dei problemi è che l’aritmia può comparire in maniera intermittente. Il cuore può quindi avere un ritmo anomalo soltanto in determinati momenti, mentre in altri funzionare apparentemente in modo regolare.
Per questo motivo anche un elettrocardiogramma eseguito in un singolo momento può non riuscire a intercettare il disturbo. In alcuni pazienti la fibrillazione atriale rimane quindi non diagnosticata fino alla comparsa di una complicanza cardiovascolare.
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Gli autori dello studio hanno cercato di capire se le immagini della retina, già utilizzate abitualmente negli ambulatori oculistici e nelle strutture ospedaliere, potessero fornire informazioni aggiuntive.
Analizzate le immagini della retina di oltre 90mila persone
I ricercatori hanno esaminato scansioni ottenute attraverso tomografia a coerenza ottica, o OCT, insieme a fotografie a colori della retina provenienti da due grandi raccolte di dati.
Nel dataset AlzEye del Moorfields Eye Hospital erano presenti oltre 50.000 pazienti, dei quali 5.735 avevano già una diagnosi di fibrillazione atriale. Nel gruppo della UK Biobank sono stati invece analizzati circa 40.000 partecipanti, con 526 casi di fibrillazione atriale.
Confrontando le immagini, il gruppo di ricerca ha individuato una differenza che ricorreva nei due dataset: le persone con fibrillazione atriale presentavano uno strato della retina mediamente più sottile.
Si tratta dello strato formato dalle cellule gangliari maculari e dallo strato plessiforme interno, indicato con la sigla mGCIPL. È una zona composta da cellule nervose coinvolte nella trasmissione delle informazioni dall’occhio verso il cervello.
Uno strato della retina era più sottile già quattro anni prima
La relazione osservata è risultata particolarmente interessante quando i ricercatori hanno esaminato le persone che al momento dell’imaging non avevano ancora una diagnosi di fibrillazione atriale.
Chi avrebbe successivamente sviluppato il disturbo presentava già uno spessore medio inferiore dell’mGCIPL circa quattro anni prima di arrivare in ospedale con la diagnosi.
L’associazione è rimasta presente anche dopo aver tenuto conto di diversi fattori che avrebbero potuto influenzare i risultati, tra cui età, sesso, origine etnica, ipertensione, diabete, fumo e consumo di alcol.
Inoltre, più questo strato retinico risultava sottile, maggiore era la probabilità che la persona avesse o sviluppasse una fibrillazione atriale.
Il dato non significa però che una retina più sottile permetta, da sola, di diagnosticare l’aritmia. Gli autori parlano piuttosto della possibilità di utilizzare in futuro l’esame oculistico come strumento complementare, utile per selezionare le persone da sottoporre a controlli cardiologici più approfonditi.
Perché un problema del cuore potrebbe comparire negli occhi
La spiegazione biologica non è ancora stata dimostrata con certezza, ma i ricercatori hanno formulato un’ipotesi.
La fibrillazione atriale può favorire la formazione di coaguli e aumentare il rischio di piccoli eventi ischemici cerebrali, che possono verificarsi anche prima che il disturbo venga riconosciuto.
Secondo gli autori, questi eventi potrebbero ridurre il flusso sanguigno verso alcune cellule nervose della retina, contribuendo nel tempo al loro assottigliamento.
L’occhio, in questo senso, potrebbe funzionare come una sorta di finestra su processi che coinvolgono contemporaneamente sistema nervoso e cardiovascolare.
Si tratta tuttavia di un’interpretazione che dovrà essere verificata con ulteriori studi: la ricerca ha individuato un’associazione strutturale, ma non ha dimostrato direttamente che i piccoli ictus siano la causa dell’assottigliamento retinico.
Una scansione dell’occhio potrebbe affiancare i controlli cardiologici
Secondo Siegfried Wagner, autore senior dello studio e ricercatore dell’UCL Institute of Ophthalmology e del Moorfields Eye Hospital, uno dei vantaggi dell’imaging retinico è la sua semplicità.
L’OCT è infatti un esame rapido, non invasivo e già molto diffuso nella pratica oculistica. In futuro, le immagini ottenute durante un normale controllo degli occhi potrebbero quindi essere utilizzate anche per individuare persone con caratteristiche compatibili con un rischio più elevato di fibrillazione atriale.
L’obiettivo non sarebbe sostituire l’elettrocardiogramma o gli altri strumenti cardiologici, ma indirizzare verso ulteriori accertamenti chi mostra determinati segnali.
Questo potrebbe avere particolare importanza proprio nei casi di fibrillazione atriale intermittente, più difficili da individuare con un singolo ECG.
Gli occhi come finestra sulla salute di tutto l’organismo
Lo studio rientra in un settore di ricerca chiamato oculomica, che utilizza immagini ad alta risoluzione dell’occhio per cercare segnali associati a malattie che non riguardano direttamente la vista.
La retina contiene infatti una rete molto ricca di vasi sanguigni e cellule nervose che può riflettere cambiamenti presenti anche in altre parti dell’organismo.
Il gruppo di UCL e Moorfields ha già studiato marcatori oculari associati a condizioni come Parkinson, Alzheimer, schizofrenia, malattie cardiovascolari e ictus, oltre naturalmente a patologie oculari come degenerazione maculare, glaucoma e retinopatia diabetica.
Una parte importante di questo lavoro è resa possibile dall’INSIGHT Eye and Oculomics Health Data Research Hub, che dispone di oltre 30 milioni di immagini oculari collegate alle cartelle cliniche.
Lo studio non sostituisce l’ECG
Per quanto promettenti, i risultati non significano che una scansione della retina possa già diagnosticare la fibrillazione atriale. L’esame di riferimento resta la valutazione cardiologica, che può comprendere elettrocardiogramma e monitoraggi prolungati del ritmo cardiaco quando necessario.
Gli autori sottolineano infatti la necessità di confermare i dati attraverso ulteriori ricerche e di capire con quale precisione le caratteristiche retiniche possano distinguere le persone realmente a rischio. Il possibile valore dell’OCT sarebbe soprattutto quello di aggiungere un altro livello di informazione durante controlli che milioni di persone effettuano già per altri motivi.
Se i risultati verranno confermati, una normale scansione dell’occhio potrebbe quindi contribuire a individuare alcuni pazienti da sottoporre più precocemente a valutazioni cardiologiche mirate, prima che la fibrillazione atriale venga scoperta dopo la comparsa di sintomi o complicanze.
Il dato dei quattro anni di anticipo rende la ricerca particolarmente interessante, ma il passaggio dall’associazione osservata a un vero strumento di screening richiederà ancora studi dedicati.
Fonte:
PLOS Digital Health - Atrial fibrillation and retinal imaging-based oculomics: A cross-sectional and longitudinal analysis of two large cohorts