La sindrome dell'intestino irritabile (IBS) è una condizione cronica che colpisce tra il 10 e il 15% della popolazione mondiale, con un impatto significativo sulla qualità di vita e sui costi sanitari.
Nonostante la sua diffusione, la sicurezza a lungo termine delle terapie farmacologiche più usate era rimasta, fino a oggi, largamente inesplorata.
Un nuovo studio cambia lo scenario con dati che meritano attenzione da parte di medici e pazienti.
Il contesto dello studio
La ricerca ha analizzato l'associazione tra le principali farmacoterapie per l'IBS e la mortalità per tutte le cause, utilizzando una coorte retrospettiva costruita su cartelle cliniche elettroniche di 106 organizzazioni sanitarie statunitensi.
Il campione comprendeva 669.083 adulti tra i 18 e i 65 anni con diagnosi di IBS, seguiti tra il 2005 e il 2023, con un disegno propensity score matched (PSM) in rapporto 1:1.
Si tratta, per scala e rigore metodologico, di uno dei lavori più ampi mai condotti su questo tema.
Il dato più rilevante: gli antidepressivi
Il risultato che più colpisce riguarda gli antidepressivi, farmaci comunemente prescritti nell'IBS per modulare l'asse intestino-cervello.
Il loro utilizzo si associa a un rischio aumentato di mortalità per tutte le cause (hazard ratio 1,35; IC 95%: 1,26-1,45), con un tasso di mortalità dell'1,6% nei trattati rispetto all'1,0% nei non trattati.
L'associazione si conferma in modo consistente tra tutte le sottoclassi esaminate, ossia SSRI, TCA, SNRI e mirtazapina, e in tutti i sottogruppi demografici, indipendentemente da sesso, età, BMI ed etnia.
Particolarmente marcato il dato relativo alla mirtazapina: il tasso di mortalità tra i suoi utilizzatori raggiunge il 5,29%, contro il 2,27% dei non utilizzatori (HR 2,05; IC 95%: 1,73-2,43).
Tra gli esiti secondari associati all'uso prolungato di antidepressivi lo studio registra incrementi significativi del rischio di aritmie cardiache, ipertensione, ictus, sanguinamento gastrointestinale e ideazione suicidaria.
Non è un caso: la letteratura ha già documentato come alcuni antidepressivi possano prolungare l'intervallo QT e aumentare la pressione arteriosa attraverso l'attività serotoninergica, con potenziali conseguenze cardiovascolari anche gravi.
Antidiarroici e rischio cardiaco: l'allarme loperamide
Spostandosi sulla variante con diarrea predominante (IBS-D), lo studio segnala un ulteriore elemento di preoccupazione.
La loperamide mostra un rischio di mortalità 2,39 volte superiore rispetto ai non utilizzatori (IC 95%: 1,48-3,90), mentre il difenoxilato presenta un hazard ratio di 1,89 (IC 95%: 1,02-3,51).
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Entrambi sono agonisti dei recettori μ-oppioidi, ampiamente usati come antidiarroici da banco o in ambito clinico.
Il dato si inserisce in un contesto già noto alla farmacologia: a dosi elevatela loperamide può bloccare i canali del sodio e del potassio nel miocardio, con potenziale insorgenza di aritmie ventricolari gravi, fino all'arresto cardiaco.
La novità dello studio sta nell'aver misurato questo rischio in una popolazione di pazienti con IBS trattati in setting reali, su un arco temporale fino a 15 anni.
I farmaci sicuri
Non tutte le terapie escono ridimensionate da questa analisi: infatti, gli antispasmodici (iosciamina e diciclomina) non risultano associati a un aumento della mortalità (HR 0,95; IC 95%: 0,89-1,00) e si confermano come alternativa terapeutica più sicura nel confronto diretto con gli antidepressivi.
Analogamente, per l'IBS-D, rifaximina ed eluxadoline non mostrano segnali di rischio aumentato.
Per la forma con costipazione (IBS-C) il polietilenglicole 3350 e i secretagoghi (linaclotide, plecanatide, lubiprostona, tenapanor) non si associano a un incremento significativo della mortalità.
Implicazioni cliniche: verso una prescrizione più consapevole
I risultati non devono essere letti come un invito a interrompere terapie in corso senza consultare il proprio medico, nella maniera più assoluta.
Lo studio è osservazionale e, per quanto metodologicamente solido, non dimostra una causalità diretta: chi riceve antidepressivi per l'IBS può avere profili di comorbidità più complessi, che contribuiscono al rischio.
Il medico, nella prescrizione di un farmaco appartenente a questa categoria, prende in considerazione già tutti gli elementi positivi e negativi, soppesando la propria decisione sulla base del beneficio atteso, che deve necessariamente superare le potenzialità negative.
Gli autori stessi sottolineano la necessità di ricerche prospettiche per chiarire i meccanismi sottostanti: ciò che emerge con chiarezza, però, è l'urgenza di una valutazione più attenta del rapporto rischio-beneficio prima di prescrivere antidepressivi o antidiarroici oppioidi in pazienti con IBS.
Fonti:
Communications Medicine - Association of pharmacotherapy with all-cause mortality among patients with irritable bowel syndrome