Diabete di tipo 2, un gruppo sanguigno sembra associato a un rischio leggermente più alto

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 23 Giugno, 2026

Glucometro con striscia reattiva per il controllo del livello di zucchero nel sangue su un tavolo medico.

Il gruppo sanguigno potrebbe essere associato, almeno in parte, al rischio di sviluppare diabete di tipo 2. È quanto suggerisce una revisione pubblicata nel 2024, secondo cui le persone con gruppo sanguigno B, sia positivo sia negativo, mostrerebbero un rischio leggermente più alto rispetto a chi appartiene ad altri gruppi.

L’aumento stimato è di circa il 28% in media. Non è un dato enorme e non va interpretato come una previsione individuale. Avere il gruppo B non significa necessariamente sviluppare il diabete, così come non averlo non mette al riparo dalla malattia. Tuttavia, secondo i ricercatori, l’associazione potrebbe essere abbastanza rilevante da incidere quando sono presenti anche altri fattori di rischio.

Il punto centrale è proprio questo: il gruppo sanguigno potrebbe rappresentare un elemento in più nel quadro generale, ma non sostituisce i fattori già noti e più pesanti, come alimentazione, peso corporeo, attività fisica e stile di vita.

Uno studio su 51 revisioni e 270 associazioni

La ricerca è stata condotta da un gruppo guidato dall’epidemiologa Fang-Hua Liu, dello Shengjing Hospital of China Medical University. Gli studiosi hanno realizzato una cosiddetta umbrella review, cioè una revisione che raccoglie e valuta altre revisioni sistematiche già pubblicate.

In totale sono state incluse 51 revisioni sistematiche con meta-analisi, per un totale di 270 associazioni tra gruppi sanguigni e diversi esiti di salute. I ricercatori hanno cercato nei principali database scientifici, tra cui PubMed, Web of Science, Embase, Scopus, Cochrane Library e vari database regionali, considerando gli studi disponibili fino al 16 febbraio 2024.


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L’obiettivo era capire se le associazioni tra gruppi sanguigni ABO, fattore Rh e malattie fossero solide oppure frutto di risultati deboli, incoerenti o difficili da replicare.

Perché il sangue non è tutto uguale

Il sangue umano viene classificato in otto gruppi principali in base alla presenza o assenza di specifiche molecole sulla superficie dei globuli rossi. I gruppi A, B e AB dipendono dalla presenza di antigeni, cioè molecole zuccherine capaci di attivare una risposta immunitaria. Il gruppo 0, invece, non presenta antigeni A o B.

A questa classificazione si aggiunge il fattore Rh, una proteina che determina se il sangue viene definito positivo o negativo. Queste differenze sono importanti soprattutto per compatibilità nelle trasfusioni, gravidanza e trapianti, ma negli ultimi anni diversi studi hanno ipotizzato che possano essere collegate anche a una maggiore o minore vulnerabilità verso alcune malattie.

Il problema è che molte di queste associazioni sono risultate controverse. Alcuni studi trovano un legame, altri non lo confermano. Per questo i ricercatori hanno voluto sottoporre le prove disponibili a un controllo più rigoroso.

L’unico legame davvero convincente

Dopo aver rivalutato le 270 associazioni, i ricercatori hanno applicato una serie di verifiche statistiche per distinguere i risultati più solidi da quelli potenzialmente fragili. Hanno controllato la forza delle prove, la coerenza tra studi diversi, la dimensione dei campioni e la presenza di possibili bias, come l’effetto esagerato degli studi piccoli o un numero insolitamente alto di risultati positivi.

La domanda principale era semplice: se questa associazione venisse testata di nuovo in futuro, avrebbe buone probabilità di reggere?

La maggior parte dei legami analizzati non ha superato questi controlli. Alla fine, solo una correlazione ha raggiunto il livello più alto di evidenza: quella tra gruppo sanguigno B e rischio di diabete di tipo 2, rispetto ai gruppi non-B.

Secondo gli autori, questo suggerisce che il collegamento sia reale, anche se relativamente contenuto.

Un aumento del 28%, ma da interpretare con cautela

Il rischio più alto associato al gruppo B è stato stimato intorno al 28% rispetto al rischio di base. È un aumento che può attirare l’attenzione, ma va messo nella giusta prospettiva.

Altri fattori hanno un impatto molto più marcato. Per esempio, il consumo di appena 50 grammi di carne processata al giorno è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2 del 37%. Uno stile di vita sedentario può aumentare il rischio del 112%. Anche il sovrappeso resta uno dei fattori di rischio più forti e consolidati.

Questo significa che il gruppo sanguigno non è un destino biologico. È una caratteristica non modificabile che, se confermata da altri studi, potrebbe aiutare a comprendere meglio il profilo di rischio di alcune persone. Ma le scelte quotidiane e i fattori metabolici continuano ad avere un peso molto più grande.

Il possibile ruolo del microbioma intestinale

Lo studio non ha indagato direttamente perché il gruppo sanguigno B possa essere collegato a un maggiore rischio di diabete di tipo 2. Gli autori si sono concentrati sulla solidità statistica dell’associazione, non sui meccanismi biologici.

Una ricerca del 2025 ha suggerito che il microbioma intestinale potrebbe avere un ruolo. L’ipotesi è che il gruppo sanguigno possa influenzare, in qualche modo, la composizione dei microrganismi intestinali o il modo in cui questi interagiscono con il metabolismo. È però una pista ancora da approfondire.

Per ora non esiste una spiegazione definitiva. Serviranno studi mirati per capire se il legame passi attraverso il sistema immunitario, il metabolismo, il microbioma o altri processi biologici.

Cosa cambia per le persone con gruppo B

Per chi ha il gruppo sanguigno B, il messaggio non deve essere allarmistico. La ricerca non dice che queste persone svilupperanno certamente diabete, né suggerisce controlli speciali basati solo sul gruppo sanguigno. Indica però che questo dato potrebbe essere considerato come un piccolo elemento aggiuntivo nella valutazione generale del rischio.

In presenza di familiarità, sovrappeso, sedentarietà, dieta sbilanciata o alterazioni della glicemia, sapere di appartenere a un gruppo potenzialmente più esposto può spingere a una maggiore attenzione. Ma le azioni più importanti restano quelle già note: mantenere un peso adeguato, muoversi regolarmente, seguire un’alimentazione equilibrata e monitorare la salute metabolica quando necessario.

Il gruppo sanguigno, in altre parole, può forse contribuire a definire una predisposizione. Non sostituisce però la prevenzione.

Una conferma utile, ma la ricerca deve continuare

La revisione pubblicata su BMC Medicine ha anche un valore più ampio. Mostra che molte associazioni tra gruppo sanguigno e malattie, spesso discusse nella letteratura scientifica, non resistono a controlli rigorosi. Questo non significa che siano tutte false, ma che servono dati più solidi prima di trasformarle in conclusioni affidabili.

Nel caso del diabete di tipo 2 e del gruppo B, le prove sembrano più convincenti rispetto ad altri collegamenti. Tuttavia, il rischio aggiuntivo resta modesto e deve essere interpretato insieme al resto del quadro clinico.

La conclusione più prudente è che il gruppo sanguigno B possa essere associato a una probabilità leggermente maggiore di sviluppare diabete di tipo 2. Ma la prevenzione continua a dipendere soprattutto da fattori modificabili. Il sangue può raccontare una parte della storia; lo stile di vita, per ora, resta uno dei capitoli più importanti.

Fonti:

  • ScienceAlert - One Blood Type Appears to Carry Higher Risk of Type 2 Diabetes
  • BMC Medicine - ABO and Rhesus blood groups and multiple health outcomes: an umbrella review of systematic reviews with meta-analyses of observational studies
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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