Smartphone sul comodino, tablet durante i pasti, cartoni animati per calmare un pianto: nella vita quotidiana delle famiglie con bambini, gli schermi sono diventati una presenza quasi inevitabile. E con loro, i dubbi. Quanto è troppo? Da che età è davvero un problema? C'è differenza tra un video passivo e un gioco interattivo? E cosa succede, in estate, quando la routine scolastica salta e il tempo libero si riempie, spesso, di dispositivi digitali?
Sono domande che molti genitori si pongono, spesso in silenzio, divisi tra il senso di colpa e la difficoltà concreta di trovare alternative. Non sempre è facile sapere dove si trova il confine tra un uso accettabile e uno che inizia a preoccupare.
Ne abbiamo parlato con il professor Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), per capire cosa dicono oggi le evidenze scientifiche e come orientarsi, senza allarmismi, ma con consapevolezza.
Ecco le domande che gli abbiamo posto.
Esposizione precoce agli schermi - Esistono età soglia sotto le quali l'esposizione agli schermi è da considerarsi sempre dannosa, indipendentemente dal contenuto o dalla durata? Quali sono le evidenze scientifiche più recenti in merito allo sviluppo neurologico nei primi anni di vita?
Sì. Le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria indicano di evitare l’esposizione agli schermi nei bambini sotto i 2 anni di età. In questa fase della vita il cervello è in pieno sviluppo e apprende soprattutto attraverso l’interazione diretta con i genitori e con l’ambiente: il contatto visivo, il linguaggio, il gioco libero, il movimento e l’esplorazione sono stimoli fondamentali per la maturazione delle competenze cognitive, emotive e relazionali.
Quando lo schermo occupa una parte significativa di questo tempo, rischia di sostituire esperienze essenziali per la crescita. Le evidenze scientifiche più recenti mostrano un’associazione tra esposizione precoce e prolungata ai dispositivi digitali e maggior rischio di ritardi nello sviluppo del linguaggio, difficoltà di attenzione e problemi di autoregolazione del comportamento.
Inoltre, nei bambini tra i 3 e i 5 anni con un uso più intenso degli schermi sono state osservate differenze nello sviluppo di alcune aree cerebrali coinvolte nel linguaggio, nell’attenzione e nella memoria rispetto ai coetanei con un’esposizione più limitata ai dispositivi digitali.
Dopo i 2 anni il tema non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche la qualità dell’esperienza: i contenuti devono essere adeguati all’età, condivisi con un adulto e inseriti all’interno di una giornata ricca di gioco, movimento, sonno e relazioni.
Estate e "vuoto strutturato" - Durante i mesi estivi, senza la routine scolastica, i bambini trascorrono mediamente molte più ore davanti agli schermi. Dal punto di vista pediatrico, quali sono i segnali concreti (comportamentali o fisici) che dovrebbero mettere in allerta un genitore?
Più che cercare singoli “segnali”, è importante osservare se il tempo trascorso davanti agli schermi sta sostituendo attività fondamentali per la crescita. In estate, con la sospensione della scuola e delle attività organizzate, è normale che bambini e ragazzi abbiano più tempo libero; il problema nasce quando lo schermo occupa gran parte della giornata e riduce il movimento, il gioco, le relazioni sociali, la lettura o il sonno.
Dal punto di vista pediatrico, i campanelli d’allarme sono soprattutto cambiamenti nelle abitudini quotidiane: andare a letto più tardi perché si resta connessi, difficoltà ad addormentarsi, minore attività fisica, pasti consumati davanti a tablet o smartphone, riduzione delle occasioni di incontro con coetanei e familiari.
Possono comparire anche irritabilità quando viene chiesto di interrompere l’attività digitale, difficoltà a gestire la noia senza ricorrere allo schermo, calo dell’attenzione, affaticamento visivo o mal di testa.
È importante aiutare il bambino a mantenere un equilibrio tra attività digitali ed esperienze fondamentali per la crescita, proponendo attività all’aperto, sport, gioco libero, lettura e momenti di condivisione familiare. Allo stesso tempo, è importante adottare alcune regole semplici e valide per tutti, come evitare i dispositivi durante i pasti e nell’ora che precede il sonno.
Differenza tra contenuti passivi e attivi - C'è una differenza clinicamente rilevante tra un bambino che guarda video in modo passivo e uno che gioca attivamente a un videogioco o utilizza app educative? Il cervello risponde in modo diverso?
La differenza tra contenuti passivi e interattivi esiste, ma non è sufficiente per definire un'attività digitale come benefica o dannosa. Le evidenze richiamate dalla SIP mostrano che contano soprattutto l'età del bambino, la qualità dei contenuti, il tempo di esposizione e la presenza di un adulto che accompagni l'esperienza.
Anche le applicazioni educative possono essere utili se inserite in un contesto relazionale, mentre un uso eccessivo e non supervisionato dei dispositivi può favorire meccanismi di gratificazione immediata e difficoltà di autoregolazione. Per questo oggi la comunità pediatrica invita a valutare l'intera esperienza digitale e non soltanto il tipo di contenuto.
Adolescenti e social media - Per i ragazzi nella fascia 11-17 anni, l'uso prolungato dei social media viene sempre più associato a fenomeni di ansia, disturbi del sonno e fragilità dell'identità. Come si posiziona oggi la comunità pediatrica su questo tema, e la SIP sta lavorando a linee guida aggiornate?
La review condotta dalla Commissione per le Dipendenze digitali SIP mostra che l’uso intenso dei social è associato ad ansia, depressione, disturbi del sonno, FOMO (Fear of Missing Out, ovvero la paura di essere esclusi o di perdere qualcosa), fragilità dell’autostima e dell’immagine corporea, soprattutto nelle ragazze.
A questo si aggiungono cyberbullismo, contenuti inappropriati e rischi relazionali. La SIP raccomanda di ritardare il più possibile l’uso dei social, evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni e rinviare lo smartphone personale almeno fino a questa età. Le nuove raccomandazioni SIP 2025 vanno proprio in questa direzione e puntano anche su formazione dei pediatri, scuola e famiglie.
Il ruolo del pediatra di famiglia - Nella pratica clinica quotidiana, il tema degli schermi viene affrontato durante i bilanci di salute? Che tipo di supporto concreto può offrire il pediatra alle famiglie che faticano a gestire questi limiti, senza scadere nel giudizio o nell'allarmismo?
Il pediatra può e deve affrontare il tema nei bilanci di salute, come già fa per sonno, alimentazione, movimento e sviluppo. Non si tratta di colpevolizzare i genitori, ma di fare domande semplici: quanto tempo passa davanti agli schermi? Li usa prima di dormire? Mangia con il tablet? Ha uno smartphone personale? Che contenuti vede?
Da qui si può costruire un “family plan digitale”: poche regole chiare, condivise e realistiche, con luoghi liberi da schermi, supervisione, dialogo e alternative concrete. Il pediatra aiuta anche a intercettare precocemente segnali come isolamento, irritabilità, insonnia, calo scolastico o sintomi somatici.
Il messaggio del professor Agostiniani non è una condanna agli schermi, ma un invito a guardare il quadro complessivo: cosa sostituiscono, quanto spazio occupano, e se accanto a loro c'è ancora posto per il movimento, il gioco, le relazioni e il sonno. Piccole domande, che un genitore attento, e un buon pediatra, possono imparare a porsi insieme.